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Espressioni dell'essere umano Marcello Bernardi
Marcello Bernardi ha praticato il judo con costanza e passione per circa 30 anni,
sotto la guida del Maestro Cesare Barioli, raggiungendo il grado di cintura nera 3° dan.
Affascinato dal pensiero e dalla filosofia orientali,
ha considerato il judo come scuola di civiltà e ne ha appreso e trasmesso i valori culturali.
SUL JUDO
Un
distinto anziano signore con baffi, esile e diritto come una spada, vi
guarda
con espressione mite.
È il professor Jigoro Kano, creatore del Judo.
Il suo ritratto è appeso in tutte le palestre in cui si pratica quest'arte.
E non va affatto d'accordo con l'immagine che comunemente si ha del Judo.
Questa terribile lotta giapponese, per chi non la conosce, sembra consistere essenzialmente in uno spietato esercizio della violenza, nella mossa segreta e micidiale, nell'urlo di combattimento, nella proiezione fulminea,
nel tonfo sinistro dei corpi che si schiantano.
E non si capisce che cosa c'entrino gli occhi sereni e placidi del professor Kano che, dall'alto, contemplano i contendenti.
Per capirlo bisogna entrare nello spirito del Judo.
Il quale non è violenza, ma controllo della violenza;
non è aggressione, ma partecipazione; non è conflitto, ma amicizia.
Come risulta dal nome: via della cedevolezza. Diceva lo stesso Jigoro Kano che il Judo
è la costante ricerca del migliore impiego dell'energia, e non solo di quella fisica, in un clima di amicizia e mutua prosperità.
In altre parole, il vero judoka cerca di agire sempre meglio, quindi di vivere sempre meglio, per il bene suo e degli altri.
Egli tende continuamente verso un più equilibrato controllo dei suoi impulsi, della sua mente e dei suoi gesti;
si studia di progredire insieme agli altri, in uno stretto rapporto di collaborazione; è animato da spirito di benevolenza
e di generosità.
L'egoista, l'arrogante, il sopraffattore, l'insensibile, non può fare un buon Judo.
Buona educazione, fiducia nel maestro e amore per l'arte: sono le tre qualità che si devono coltivare dentro di sé
per praticare il Judo.
Il che vuol dire rispetto per gli altri, umiltà e dedizione. In breve, civiltà.
Perché il Judo è proprio questo: una scuola di civiltà.
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Il judo continua a essere uno sconosciuto, affascinante sì, ma anche sospetto.
E continua a esserlo nonostante la sua diffusione ormai più che ragguardevole.
E’ convinzione abbastanza comune che si tratti essenzialmente di una tecnica di difesa personale
e di uno strumento di autorassicurazione fisica e psicologica.
In definitiva, di un’arma.
Ma ciò che normalmente non si sa è che chi possiede quest’arma tende per lo più a non usarla come tale.
E quanto meglio la conosce, tanto meno si sente portato a impiegarla.
La cosa è logica, come vedremo subito, e dipende da questo: se è vero che il judo è un efficacissimo mezzo difensivo e offensivo,
è altrettanto vero che non è solo questo.
Il judo è anche un’arma, ma il suo spirito va ben oltre un simile aspetto superficiale e grossolano.
Moltissimi sono convinti che il judo sia uno sport.
E’ vero: lo è. Ci sono le gare e i campionati a livello locale, regionale, nazionale, internazionale, mondiale e olimpionico,
ci sono coppe, federazioni, associazioni, medaglie, diplomi, eccetera; ci sono gli allenamenti,
la ginnastica preparatoria, la "muscolazione", e via dicendo.
Come si spiega allora che esistano esperti di considerevole livello che non hanno mai combattuto in gara,
o che comunque non hanno mai vinto un incontro?
Il fatto è che il judo è anche uno sport, ma non solo questo.
C’è infine chi guarda al judo come a un’arte. Giusto.
A un determinato livello il judoka può davvero creare, mediante l’impiego del proprio corpo,
qualcosa di estremamente estetico e piacevole.
In un certo senso si tratta di un autentico linguaggio, paragonabile a quello della danza, o a quello figurativo,
o persino a quello musicale e letterario.
Come l’arte, il judo richiede fantasia, creatività, sensibilità, personalità.
Sicuramente il judo è anche un’arte.
Ma è molto più di tutto questo. Il judo è una via.
Parola che non si presta a un’agevole interpretazione nella nostra chiave culturale.
Forse si potrebbe dire che è un modo di essere.
Non ci si può avvicinare allo spirito del judo se non si vive in una certa maniera, interiormente ed esteriormente.
E, viceversa, chi pratica il judo nel giusto spirito finisce più o meno consapevolmente col cambiare la propria vita,
anzi il proprio stile di vita.
Voglio dire, sia pure in termini molto generici e approssimativi, che il judo restituisce l’uomo a sé stesso,
liberandolo da quelle scorie che una società mercificante e alienante ha depositato su di lui.
La realtà di questo fenomeno è facilmente verificabile per chi, come me,
fruisce di un’esperienza derivante dal quotidiano contatto col bambino.
Il bambino, specie il bambino piccolo, si comporta diversamente da noi: è più vero,
non si nasconde dietro alcuna maschera, affronta con coraggio e fermezza i problemi della sua esistenza,
va diritto al suo scopo, si nutre dei contenuti essenziali della vita.
E anche sul piano puramente fisico egli mostra delle impostazioni
e degli atteggiamenti che sono quelli più adatti all’impiego migliore del suo corpo.
Poi, da adulto, dovrà faticare molto per riconquistare quella posizione e quella dinamica del suo organismo
che nei primi mesi di vita gli erano spontanee.
Se vorrà riconquistarle, beninteso.
Dire che il judo restituisce l’uomo a se stesso significa dire che la pratica di quest’arte impone il recupero di certe qualità umane
che si sono perdute negli stravolgimenti di una società disumana. Per esempio l’umiltà.
Occorre accostarsi al judo spogli di ogni presunzione, liberi da ogni sovrastruttura superflua,
disposti a essere semplicemente quello che si è, aperti a un’esperienza del tutto nuova, pronti ad apprendere qualcosa che forse,
sulle prime, può sembrare incomprensibile.
Sulla materassina i professori, i commendatori, i dirigenti, i capi, non esistono più.
Ci sono soltanto uomini uniti da un comune sforzo: lo sforzo di diventare migliori.
E poi la sincerità. Non serve fingere, non serve voler sembrare più bravi,
non serve comportarsi in modo da meritare elogi, non serve dare l’impressione di fare più di un altro.
Bisogna fare, e basta. Fare quello che si può, il meglio che si può, con tutte le proprie risorse.
Bisogna prima di tutto essere sinceri con se stessi, saper guardare dentro di sé, sapersi conoscere.
Non è facile, naturalmente, ma questa è la via.
Ci si può riuscire se si riesce a riconquistare un’altra connotazione fondamentale dell’uomo: l’amore.
L’amore per gli altri uomini in primo luogo, e perciò il rifiuto di qualsiasi rivalità, di ogni rancore,
del sospetto, della discriminazione, del disprezzo, dell’antipatia, dell’antagonismo, dell’invidia, dell’ira.
Il dojo è il luogo della serenità, dell’amicizia e della Mutua prosperità.
Inoltre ci vuole l’amore per l’arte.
Non si pratica il judo per essere più forti, per ambizione, per lucro o per ragioni di prestigio.
Lo si pratica perché lo si ama.
Se non lo si ama, con umiltà e con sincerità, si potrà forse anche ottenere una buona tecnica, mai un buon judo.
Infine è necessaria la fiducia.
In se stessi, nel prossimo, e soprattutto nel maestro.
Il judo non si impara sui libri.
Solo il maestro può indicare la via e il modo migliore di percorrerla.
Non chi si fa chiamare maestro, ma chi lo è.
E, se lo è, gli si deve dare tutta la fiducia.
Il dubbio, nei confronti del maestro, toglie ogni validità al rapporto con lui.
Meglio allora cambiare e rivolgersi ad altri.
Fare judo vuol dire anche abbandonarsi, senza riserve o secondi fini.
Non si chiede né si vuole un rapporto di sudditanza o di sottomissione.
Il maestro non è un’autorità istituzionale, non è un colonnello, non è un duce.
E’ un uomo che merita fiducia e al quale si deve dare fiducia.
Se non la merita non è un maestro.
Per la nostra mentalità mercantile il judo è senza dubbio un fenomeno sconcertante:
la sua pratica riporta in primo piano certe qualità umane che dal nostro costume sono state accantonate,
o addirittura cancellate, e ne respinge altre che vanno per la maggiore, come la propensione al successo,
al potere, all’avidità, alla sopraffazione, allo sfruttamento.
E’ una via che non conduce verso gli obiettivi celebrati dalla cultura dominante,
a solo verso un miglioramento dell’uomo e della condizione umana.
E’ un’educazione all’amore e alla libertà.
Il judo si fonda sul rispetto per l’altro, sulla generosità e sulla benevolenza.
Doti anche queste che nessuno può pretendere di inculcare con regole e precetti, ma che semplicemente si vivono.
Senza l’amicizia non c’è judo, senza lo sforzo comune per migliorare non c’è judo.
Si potrebbe dire che il judo è essenzialmente libertà, una libertà vera, concreta e spirituale insieme, di tutti per il bene di tutti.
Una grande spinta evolutiva per qualsiasi bambino.
Penso che potrebbe esserlo anche per l’adulto, se l’adulto, riuscisse a eliminare campionismi, fanatismi ed egocentrismi di ogni specie.
Esiste un rapporto specifico fra l’arte del judo e l’evoluzione della persona.
O almeno sarei portato a crederlo sulla base della mia esperienza di pediatra.
Si dice comunemente che il bambino cresca.
Forse, però, questo non è sempre vero.
Molte volte, seguendo un ragazzino dai suoi primi anni fino all’adoloscenza e oltre,
si prova la sensazione che quel personaggio non stia maturando le proprie capacità e attitudini,
non proceda per la via dell’evoluzione, ma che semplicemente abbandoni se stesso per acquistare una personalità diversa.
Pare che vada sostituendo la propria stoffa con un’altra, nuova, estranea, per certi versi contrastante con quella originaria.
Il bambino è dotato di una sua logica ferrea, anzi, adamantina, inoppugnabile, si potrebbe dire fatale.
A ogni azione corrisponde una conseguenza, a ogni desiderio un’esigenza, a ogni comportamento un giudizio.
Se butto a terra un piatto si sente rumore, se voglio un biscotto me lo devono dare, se il lupo mangia la bambina è cattivo.
Logica che, spostandosi con l’evoluzione sul terreno del pensiero astratto, dovrebbe originare quel ‘bizzarro’ fenomeno chiamato ragione.
Ma si direbbe che non sia sempre così.
Si direbbe che un distorto e distorcente ‘esame della realtà’ tenda a spingere l’essere umano
sulla via del fanatismo quotidiano che non ha nulla di ragionevole.
La guida piratesca e il parcheggio selvaggio eliminano ogni possibilità di uso confortevole dell’auto,
il mio desiderio di autonomia deve essere deluso in omaggio alla norma del consenso totale,
il corrotto-corruttore che devasta la vita comunitaria è considerato un ‘dritto’, un intelligentone, un professionista.
Sul piano emotivo le cose non vanno diversamente.
Il bambino piccolo è generoso, nulla per lui è più importante degli affetti, è disposto a dare tutto alle persone che ama,
soffre della sofferenza altrui ed è felice della gioia degli altri. E poi? E poi, un po’ per volta, pare che l’interesse personale,
l’invidia, la competizione, l’egoismo, l’avidità prendano il sopravvento e finiscano con il diventare regola assoluta di vita.
Con la ragione se n’è andata anche la capacità di amare.
Il bambino, questo ‘Principio della luce’ come lo chiamava un grande studioso, si è trasformato nell’uomo in grigio.
Succede sempre così? No di certo.
Moltissime persone conservano dentro di sé quelle doti che Dante definiva ‘virtute e conoscenza’,
doti che appartengono a tutti gli esseri umani… finché non le perdono.
Ma moltissimi non le perdono, anzi le accrescono e le arricchiscono.
Altri no.
E allora: è possibile aiutare un bambino a crescere con tutta la sua ricchezza interiore,
a non perdersi nella distruttiva palude della nostra cultura mercantile, a essere uomo e non caporale?
Credo che sia possibile, quindi doveroso.
E credo egualmente che la pratica del judo possa costituire un elemento prezioso
in questa ‘conservazione’ della personalità originaria e genuina dell’uomo.
Pensiamo all’aspetto, se volete, più semplice della questione: il judo mostra e spiega la logica del corpo.
In tutto.
Nello studio della tecnica, nel saluto. La logica del corpo, si badi bene, non quella speculativa e teorica,
non quella che richiede l’astrazione e la simbolizzazione ideologica. No.
Quella puramente fisica, quella del corpo appunto.
Che qualsiasi bambino può cogliere, apprezzare, fare propria.
Ma pur sempre logica, e perciò ragione.
Una logica mostrata, non insegnata. Spiegata, non imposta.
Una progressiva conquista dell’allievo, che entra a fare parte della sua personalità.