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Espressioni dell'essere umano Nobel per la Pace
Mohammed Yunus
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da "Il banchiere dei poveri"
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Muhammed Yunus vive in uno dei paesi più poveri del mondo, il Bangladesh. Periodicamente devastato da calamità naturali:cicloni, inondazioni e carestie, eventi come la carestia del 1974 ha causato centinaia di migliaia di vittime; milioni di persone sono rimaste senza casa nell’inondazione del 1988; il ciclone del 1992 ne ha fatte perire altre 150.000. Eppure questi disastri naturali non sono nulla in confronto alla malnutrizione e alla povertà strutturale del paese. Il 40 per cento della popolazione non arriva a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. A causa della malnutrizione, peso e statura si mantengono sotto la media. Fatto insolito, le donne in Bangladesh vivono meno degli uomini. L’analfabetismo raggiunge il 90 per cento.
L’organizzazione mondiale della sanità ha retrocesso il paese dal secondo al terzo posto della sua graduatoria, vale a dire tra quelli in cui è più alto il rischio di contrarre la malaria e altre malattie tropicali. Sono pochi i turisti che osano avventurarvisi, e comunque non si fermano a lungo.
La densità di popolazione è molto elevata: 830 persone per chilometro quadrato. Immaginate di stipare la popolazione di Inghilterra, Francia e Irlanda in una regione grande come la Baviera e avrete un’idea di cosa significhi vivere in quel paese. Molte persone, troppe, vivono sulla strada, scalze, prive di acqua pulita e di riparo.
In queste condizioni è difficile pensare che il Bangladesh possa essere d’aiuto al resto del mondo, specialmente ai paesi avanzati e industrializzati dell’Occidente. Eppure con la Banca Grameen stiamo assistendo ad un travaso di tecnologia senza precedenti, dal terzo mondo verso i paesi avanzati; e quel che viene trasferito non è niente di meno che un modo per far sparire la povertà dalla faccia della terra.
Questo libro non racconta solo la storia di come vent’anni fa il Professor Yunus abbia scoperto che accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra si poteva fare di più di quanto avessero fatto i miliardi di dollari degli aiuti stranieri. Non è solo la storia di una banca che è cresciuta fino a essere in grado di fornire a dodici milioni di persone – vale a dire il 10 per cento della popolazione del Bangladesh – gli strumenti di autonomia per uscire dalla miseria. Non è solo la storia di come la rivoluzione del microcredito si sia espansa, aiutando i poveri di cinquantatrè paesi tra cui la Cina, il Sudafrica, la Francia, La Norvegia, il Canada e gli Stati Uniti, ad assumersi la responsabilità e il controllo della propria vita.
Quella che viene presentata in questo libro è una visione del mondo.
La mia esperienza in seno a Grameen mi ha infuso una fede incrollabile nella creatività umana, che mi ha portato a pensare che l’uomo non sia nato per patire le miserie della fame e dell’indigenza: se oggi soffre, e ha sofferto in passato, è perché noi distogliamo gli occhi dal problema.
Ho maturato la certezza, solida e profonda, che, se davvero lo vogliamo, possiamo realizzare un mondo senza povertà. Questa mia convinzione non discende da un pio desiderio, ma dalle prove concrete che ho raccolto nell’esperienza di lavoro con la Banca Grameen.
Non è solo il microcredito che può spazzare via la povertà. Il credito è solo una delle porte, per quanto grande, che la gente può imboccare per uscire dalla miseria . Ma un’infinità di altri sbocchi possono essere reperiti per facilitare tale scopo. Si tratta soprattutto di avere un diverso concetto delle persone e di delineare un nuovo quadro istituzionale atto ad accogliere la nuova concezione.
Grameen mi ha insegnato due cose. Primo, la nostra conoscenza delle persone e dei modi in cui esse interagiscono è ancora molto inadeguata; secondo, ogni persona è estremamente importante. Ciascuno di noi ha un potenziale illimitato, e può influenzare la vita degli altri all’interno delle comunità e delle nazioni, nei limiti e oltre i limiti della propria esistenza. In ognuno di noi si cela molto più di quanto finora si sia avuto la possibilità di esplorare. Fino a che non creeremo un contesto che ci permetta di scoprire la vastità del nostro potenziale, non potremo sapere quali siano queste risorse. Spetta soltanto a noi decidere dove andare. Siamo noi i piloti della nave spaziale chiamata Terra. Se prendiamo sul serio i nostri compiti non potremo che arrivare là dove abbiamo pensato.
Racconterò la mia esperienza perché voglio che riflettiate sul significato che può avere per voi. Se la storia di Grameen vi interessa e vi sembra credibile, sarò lieto di invitarvi a raggiungere la schiera di coloro che credono nella possibilità di costruire un mondo senza povertà e hanno deciso di lavorare per esso. Che siate giovani o vecchi, rivoluzionari, riformisti o conservatori, su questo tema potremo lavorare di concerto. Pensateci.
Muhammed Yunus Banca Grameen, 10 luglio 1997
Si può morire in tanti modi, ma la morte per fame è la più inaccettabile. E’ un modo lento, terribile: a ogni minuto si accorcia la distanza tra la vita e la morte. A un certo punto la vita e la morte sono così vicine che è difficile capire la differenza, e davvero non si sa se la madre e il bambino che giacciono sul selciato sono ancora di questo o già dell’altro mondo. La morte, inesorabile, viene senza rumore, non ci si accorge neppure del suo arrivo.
E tutto questo accade perché una persona non ha neanche un pugno di cibo con il quale nutrirsi. In questo mondo di abbondanza c’è chi non ha diritto a quel prezioso pugno di cibo. Intorno tutti mangiano, ma quell’uomo, quella dona ne sono privi. Quel neonato, che ancora nulla sa dei misteri del mondo, si sfinisce di pianto e si addormenta, senza il latte di cui ha un bisogno disperato. Forse domani non avrà la forza di piangere.
Provavo sempre una sorta di ebbrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito dalla bellezza e dall’eleganza di quelle teorie. Ora, tutt’a un tratto, cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servono tutte quelle belle teorie se la gente moriva di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi? Quando facevo lezione, sapevo fin dal principio che ogni problema avrebbe avuto un elegante soluzione. Ma quando uscivo dall’aula mi dovevo confrontare con il mondo reale, dove i buoni venivano spietatamente calpestati e sconfitti. Li la realtà quotidiana peggiorava continuamente, e i poveri diventavano sempre più poveri. Per loro morire di fame sembrava essere l’unico destino. Dov’era quella teoria economica che rispecchiava la loro vita reale? Come potevo, al solo scopo di salvare il prestigio delle dottrine economiche, continuare a imbottire di chiacchiere gli studenti? Decisi quindi che sarei tornato a fare lo studente, che il villaggio di Jobra sarebbe stato la mia università e i suoi abitanti i miei docenti. E così optai di tenermi aderente al suolo come un verme, invece di librarmi in volo come un uccello. Volevo osservare le cose da vicino, e vederle nitidamente.
Comincia dunque ad andare per le case più povere per capire. Di solito mi accompagnava un collega, il professor Latifee. Un giorno durante uno dei nostri giri, ci fermammo davanti a una casa completamente diroccata. Accovacciata a terra sulla veranda, c’era una donna che fabbricava uno sgabello di bambù. Quanti figli ha? Chiese Latifee. Tre. Come si chiama? Sofia Begum. Quanti anni ha? Ventuno. E’ il suo bambù che usa per lavorare? Si. Dove lo prende? Lo compro. E quanto lo paga? Cinque taka. (Cinque taka equivalevano a 22 centesimi di dollaro). Impiega soldi suoi per pagare? No, me li faccio dare dal paikar. Dal rivenditore? E quali sono i vostri accordi? Io gli rivendo gli sgabelli alla fine della giornata, così ripago il debito e quello che rimane è il mio profitto. A quanto rivende gli sgabelli? Cinque taka e cinque paisa. Così il suo guadagno è di cinque paisa. La donna confermò con il cenno del capo. Il guadagno di una giornata ammontava in tutto a due centesimi.
Respinsi la tentazione di dare a Sufia del denaro. Non mi stava chiedendo l’elemosina. E poi non era il modo per risolvere definitivamente il problema.
… Il giorno dopo feci venire Maimuna, una studentessa che raccoglieva dati per me, e le chiesi di aiutarmi a compilare un elenco di tutte le persone di Jobra che, come Sufia, ricorrevano ai prestiti dei commercianti, vedendosi così espropriati dei frutti del loro lavoro. Dopo una settimana l’elenco era pronto: conteneva 42 nomi di persone con un prestito totale di 856 taka, vale a dire meno di ventisette dollari. “Non è possibile!” esclamai. “Quarantadue famiglie ridotte alla fame, e tutto per una cifra di ventisette dollari!” Maimuna sembrava incapace di proferire parola. Entrambi eravamo sbalorditi, sconvolti, e anche nauseati di fronte a una simile aberrazione.
Comincia ad arrovellarmi per capire come aiutare quelle persone, alle quali non mancava la salute né la voglia di lavorare. Se avessi prestato loro i ventisette dollari, avrebbero potuto vendere liberamente i prodotti, traendone il massimo guadagno possibile e senza ricorrere agli usurai. Decisi che avrei prestato loro quella somma, e me l’avrebbero restituita quando avessero potuto. Sufia aveva bisogno di credito perché non aveva niente che le permettesse dio far fronte alle imprevedibili necessità della vita, di portare avanti la famiglia, il lavoro, o semplicemente di sopravvivere nei tempi più bui. I poveri non erano tali per stupidità o per pigrizia; anzi, lavoravano tutto il giorno svolgendo mansioni fisiche complesse. Erano poveri perché le strutture finanziarie del nostro paese non erano disposte ad aiutarli ad allargare la loro base economica. Non era un problema di persone ma di strutture. Porsi a Maimuna i ventisette dollari. “Ecco”, le dissi, “prendi questi soldi e distribuiscili tra le quarantadue famiglie della lista. Tutti potranno rimborsare i commercianti e vendere i prodotti a chi farà loro un buon prezzo. “ E quando dovranno restituirli?”. “Quando potranno. Quando avranno venduto i prodotti con un buon margine di profitto. Non prenderò nessun interesse, non è che lo faccio per mestiere”. Con questo Maimuna se ne andò, senz’altro un po’ perplessa per la piega presa dagli eventi. Di solito la sera, appena tocco il cuscino, mi addormento nell’arco di pochi secondi. Quella notte, però non riuscivo a prendere sonno, tormentato dalla vergogna di appartenere a una società che non riusciva a fornire 27 dollari a quarantadue persone per metterle in grado di autosostenersi. Dopo alcuni giorni di riflessione mi resi conto che quel che avevo fatto non bastava: si trattava di una soluzione personale, che obbediva a una logica puramente affettiva. Mi ero accontentato di prestare 27 dollari mentre avrei dovuto impegnarmi per risolvere istituzionalmente il problema. Se c’era altra gente che abbisognava di un capitale, doveva poterselo procurare in altro modo che non rivolgendosi al capo del dipartimento di economia. Bisognava fare qualcosa. Ma che cosa? Mi venne l’idea di sottoporre il problema al direttore della banca locale: sarebbe stato logico che fosse la banca a prestare denaro a chi non aveva un capitale. Sembrava così semplice… in apparenza.
E quello fu l’inizio di tutto. Non sono partito con l’intenzione di diventare un banchiere, il mio scopo era soltanto quello di risolvere un problema immediato. Ancora oggi io e i miei colleghi di Grameen lavoriamo con lo stesso obiettivo: quello di porre fine alla povertà, condizione che mortifica l’uomo nella sua essenza più profonda. |