Perché il judo
Se qualcuno mi chiedesse perché ritengo utile la pratica del judo risponderei così: perché è l’arte dell’impiego controllato delle proprie risorse.
E se qualcuno mi chiedesse se il judo può essere utile anche agli handicappati, risponderei doppiamente: perché l’handicappato dispone di minori risorse e quindi deve impiegarle meglio, e perché l’handicappato presenta generalmente una particolare disposizione a sfruttare ciò che ha.
E parlo di qualsiasi tipo di handicappato, anche di quelli più sfortunati, menomati nelle loro capacità mentali.
Anche questi, forse soprattutto questi, mostrano per lo più uno straordinario impegno nell’imparare, nel fare, nell’evolvere, nel conquistare, nell’utilizzare tutto quello che la sorte ha loro lasciato.
Basta dar loro degli strumenti adeguati. E il judo è appunto uno di tali strumenti.
Oserei dire che è uno dei più efficaci.
Dicevo prima che il judo è l’arte del miglior impiego delle proprie risorse.
E’ il caso di chiarire qui che attraverso questa pratica si può ottenere una sempre più perfetta utilizzazione di tutte le proprie risorse: fisiche, mentali e morali.
Per quel che riguarda le doti fisiche, la cosa è ovvia, il judo insegna l’uso del corpo, di tutto il corpo, e ne esercita tutte le funzioni.
Meno evidente forse la sua influenza positiva sulla mente.
Ma se si riflette un poco su ciò che il judo richiede a chi pratica si comprende subito il suo valore di “allenatore” della mente.
Prendiamo, per esempio, l’attitudine alla concentrazione, all’attenzione, alla decisione, alla rapidità delle risposte, all’intuizione.
Tutto questo non può restare senza effetto sulla personalità di un’individuo.
Direi però che la caratteristica più importante del judo è la sua qualità di disciplina morale.
Secondo la definizione tradizionale il judo richiede “l’amicizia e la mutua prosperità”.
Per dirla in una sola parola, il judo è essenzialmente generosità.
E’ amicizia per i compagni, è solidarietà, è rispetto per l’altro, è capacità di dare, è altruismo. Sono doti che, forse anche inconsapevolmente, chi pratica judo costruisce dentro di sé.
Poi c’è un’altra parola, fra quelle che ho usato all’inizio del nostro discorso, che merita una riflessione.
Ho parlato di impiego controllato delle proprie risorse.
Ecco, il controllo è la base e l’impalcatura del judo.
Poco a poco l’attitudine al controllo di sé e delle proprie azioni nasce e si consolida, inevitabilmente, in chi pratica quest’arte.
Perché il controllo è l’origine dell’efficacia, del progresso, della tutela della propria e altrui integrità, del piacere di essere se stessi.
E così il buon judoka impara sempre più a controllare le proprie azioni e i propri pensieri, e pertanto progredisce sulla strada della consapevolezza, della responsabilità e della civiltà.
Per questi motivi, ai quali ho potuto appena accennare, credo fermamente che la pratica del judo sia uno strumento di grandissimo valore per l’evoluzione della persona.
Ancor più per coloro che, offesi da un handicap, mancano di qualcuno dei mezzi normalmente posseduti dai sani.
Vorrei aggiungere che la mia opinione si fonda largamente sull’esperienza dei maestri che insegnano con passione e con amore questa nobile arte.
Può darsi che siano pochi, costoro.
Non so. So che c’è ne. Qualcuno ne conosco, e mi sento onorato della loro amicizia.
Marcello Bernardi - pediatra