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Akira Kurosawa
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L’opera cinematografica di Akira Kurosawa è una delle più profonde riflessioni sulla condizione umana dell’intero Novecento. In una delle esasperanti pause tra un film e il seguente, Kurosawa (cinquant’anni di carriera, più di trenta film) ha trovato il tempo e il coraggio di scrivere un libro di memorie che non assomiglia a nessun altro.
La prima qualità di queste “confessioni di un figlio del secolo” (Kurosawa è nato a Tokyo nel 1910, in un’epoca di piena trasformazione il Giappone scopre l’Occidente, e si prepara a competere con lui) è la mancanza assoluta di narcisismo. Il quadro d’ambiente tende a prevalere sulla biografia individuale: L’ultimo samurai non solo ci aiuta a capire il retroterra di una delle più gloriose cinematografie mondiali, ma si rivela una preziosa introduzione alla complessità dello spirito giapponese.
L’autore dà grande importanza agli anni dell’infanzia e della giovinezza (l’apprendistato alla vita è uno dei temi forti del suo cinema), offrendo una ricca messe di aneddoti sulla famiglia e le tradizioni popolari del Sol Levante. Sfatando il mito di un Kurosawa “occidentalizzato”, L’ultimo samurai si rivela un saggio esemplare sulla doppia anima del Giappone, in bilico fra tradizione (il padre di Akira, discendente di samurai e insegnante di arti marziali, impone al figlio tour de force massacranti) e modernismo: il fratello maggiore adora la letteratura occidentale e il cinema (lavorando come commentatore di film nelle sale di Tokyo, consente al fratellino di scoprire i classici del muto).
La giornata scolastica del piccolo Akira – nove anni – inizia all’alba, tre ore prima di quella dei comuni allievi. Per raggiungere la palestra di scherma (Akira ha mostrato una propensione per il kendo, in cui eccellerà) il ragazzo deve percorrere a piedi nell’incerta luce del mattino tre quarti d’ora di strada. Sulla via del ritorno a casa per la colazione è obbligato a fare una puntata al tempio di Hichiman per le devozioni di rito (un monaco gli timbra il cartellino). Quando riparte per la scuola con gli altri ragazzi ancora insonnoliti Akira si sente un veterano. Partito da casa con il buio vi farà ritorno al buio: dopo la scuola regolare lo attende una lezione di calligrafia.
Molte le sorprese anche sul piano privato. Veniamo a sapere che a sette anni il futuro “imperatore” del cinema giapponese è una femminuccia che piange per un nonnulla: riprenderà fiducia in se stesso grazie all’incoraggiamento di un maestro illuminato, alle drastiche cure del fratello, alla passione per il kendō, la pittura e il cinema.
Riflettendoci oggi, credo che l’atteggiamento di mio padre verso il cinema abbia rafforzato le mie inclinazioni e mi abbia incoraggiato a diventare quel che sono oggi. Era un uomo severo, educato in ambiente militare, ma in un’epoca in cui l’idea di vedere dei film non era certo ben accolta fra gli educatori, portava regolarmente al cinema tutta la famiglia. Più tardi, in tempi reazionari, mantenne la sua convinzione che andare al cinema avesse un valore educativo; non la cambio mai. Un altro aspetto del modo di pensare di mio padre che ebbe un importante effetto su di me fu il suo atteggiamento verso gli sport. Lasciata l’accademia militare, aveva accettato l’impiego in una scuola di ginnastica, dove allestì le attrezzature non solo per le arti marziali della tradizione giapponese, come il judo e il kendo, ma per tutti i tipi di sport atletici. Fu lui a far costruire la prima piscina del Giappone, e operò per rendere popolare il baseball.
Particolarmente ghiotti i passaggi dedicati alla militanza comunista (1932-1933) e ai grotteschi rapporti con la rigidissima censura dei militaristi. Al contrario dei tipici libri di ricordi che i registi hollywoodiani confezionano quando vanno in pensione, L’ultimo samurai è un libro anti-agiografico, ricco di pagine emozionanti e di alto valore letterario. Memorabili le descrizioni del terremoto che sconvolse Tokyo nel 1923 (occasione in cui il giovane Akira conosce per la prima volta l’orrore della morte e la follia dei vivi, altri due temi cardine dei suoi film futuri) e della genesi di opre come Cane Randagio e Rashōmon.
Nel mio primo anno alla scuola elementare di Moritura Gakuen, per me la scuola era sinonimo di prigione. Non mi piace l’idea di essere stato un bambino ritardato, ma certo non avevo uno spirito rapido. Poiché non capivo niente di quello che diceva il maestro, facevo solo quel che mi pareva, per divertirmi. Alla fine scostarono il mio banco dagli altri, e mi venne riservato un trattamento speciale. Mentre il maestro faceva lezione, di tanto in tanto mi gettava un’occhiata e diceva: “Probabilmente Akira questo non lo capirà, ma…”, oppure “Per Akira questo è impossibile da risolvere,ma…”. Gli altri bambini si voltavano a guardarmi e ridacchiavano, il maestro aveva ragione, qualunque fosse l’argomento, a me restava incomprensibile e questo mi rendeva triste e infelice. Durante gli esercizi mattutini, quando mi diceva di stare sull’attenti io inesorabilmente avevo un mancamento e crollavo al suolo. Così per i primi due anni della scuola elementare, la vita per me fu un castigo infernale. E’ una cosa terribile mandare a scuola i bambini ritardati solo perché c’è qualche regola che lo impone. I bambini non sono tutti uguali; a cinque anni certi hanno l’intelligenza di uno di sette, mentre certi bambini di sette anni non hanno superato il livello di uno di cinque. L’intelligenza si sviluppa seguendo leggi diverse. E’ un errore decretare che il progresso corrispondente a un anno scolastico deve avvenire ad ogni costo proprio in un anno.
Al principio dell’era Taishō (1912-1926) quando comincia la scuola, la parola “maestro” era sinonimo di “persona paurosa”. Considero un benedizione eccezionale l’aver incontrato in un momento come quello un maestro come il signor Tachikawa con i suoi metodi educativi così liberi e innovativi, animati da un impulso creativo così forte.
Ci fu una seconda forza nascosta che mi aiutò crescere, il mio maestro di scuola elementare Kuroda, Seiji Tachikawa che venne in mio aiuto e, per la prima volta nella mia vita, mi permise di sperimentare che cosa fosse la fiducia in me stesso. Avvenne durante la lezione di educazione artistica. Ai miei tempi l’educazione artistica era terribilmente approssimativa, si usava per modello una qualsiasi crosta e si trattava di copiarla e basta. I disegni che gli assomigliavano di più ottenevano i voti più alti. Ma il signor Tachikawa non fece niente di così sciocco. Diceva solo: “disegnate quello che volete” o “ciò che vi piace”. Ciascuna prendeva la carta da disegno e pennelli. Comincia anch’io ma non ricordo cosa disegnai. Quando finimmo il signor Tachikawa ritirò i nostri disegni e li attacco alla lavagna e ci invitò ad esprimere i nostri pareri. Arrivati al mio disegno ci fù solo una grande risata generale. Il signor Tachikawa fulminò con lo sguardo la massa sghignazzante e cominciò a tessere le più alte lodi sul mio disegno soffermandosi sulle peculiarità di esso. Da quel giorno, sebbene odiavo la scuola, mi accorsi che avevo fretta di tornarvi, disegnavo di tutto e meglio e contemporaneamente cominciarono a migliorare i voti nelle altre materie.
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da "L'ultimo Samurai - Quasi un'autobiografia"