Chi era Claude Combe?
Un maestro, una figura umana
di cui il nostro judo va orgoglioso, un anti-campione.
Un uomo che alla sera in albergo, mandati a letto i disabili, si rilassava,
e la sua figura allungata sulla poltrona era quella di un down,
il suo sguardo acquistava una fissità da autistico,
la sua parola diventava confusa.
Si immedesimava in loro. Ci faceva paura.
Perché loro siamo noi. Siamo quel noi che non vogliamo riconoscere,
che rifuggiamo, che nascondiamo.
Combe era un uomo che in gara
- cioé quando i suoi ragazzi disputavano un combattimento -
stava tranquillo in un uragano di sentimenti.
Voleva che vincessero perché lui mai aveva vinto una gara.
Il suo tifo esplodeva magari qualche ora dopo a tavola
e non guardava in faccia a nessuno: gridava quel che aveva provato.
Insegnava in non so quanti istituti per disabili.
Correva da mane a sera in auto,
da una comunità all'altra, sotto il sole, la pioggia, la neve,
senza dismettere il judogi.
Mangiava negli istituti con un down sulle ginocchia.
Alla sera era nella palestra di normodotati a far tecnica,
in realtà a comunicare il cuore del judo.
Confidava che nessuno agli inizi gli aveva creduto: autorità, genitori, medici.
Ma sapeva di aver vinto.
E quasi non osava riconoscerlo, che aveva vinto.
Che anche lui, Claude Combe, allievo di Sauvenière, Cintura Nera n°125,
era salito sul podio, non quello minimo dell'atleta, ma quello grande della vita,
quello che coi suoi gradini introduce, oltre la bandiera e l'inno nazionale, nell'Universo.
Forse pochi si sono accorti di Claude Combe.
Non la grande Federazione che premia coi dan gli atleti di "serie a";
non le autorità dei congressi sul judo-disabili;
non certo i media.
Diventa un dovere farlo noi.